venerdì 18 giugno 2010

Recensione di Lucia Guglielmini


E' successo di nuovo che grazie alla mano di uno scrittore a me nuovo, per quanto già caro tra gli affetti del cuore, con la sua penna ora timida, ora audace a tratti esotica e di una semplicità mai banale, le intime corde del mio cuore abbiano vibrato. È stato un processo spontaneo partito sin da subito con l’alternanza tra la voce onniscente del narratore e la cadenzata riflessione intima della protagonista sulla quale si potrebbero aprire ampi scorci di dibattito per il suo essere creatura “intangibile”, “fiabesca”, dissonante col mondo odierno, quasi fosse strappata da un’era oramai lontana cinta di rieccheggi mozartiani. Lo stesso nome della protagonista, Rosaria, in netto contarsto con quello del fratello Fabio cela il ricordo di tempi ormai lontani…
E poi c’è il salto all’epoca odierna accompagnato dalla descrizione di uno dei mali che affliggono la società contemporanea e che attanaglia anche Rosaria: la depressione nella sua manifestazione bulimica del volersi annientare. Il tutto tra le righe di una scrittura lineare, mai contorta e puntinata da spunti colti, fino ad arrivare alla risalita della nostra eroina verso la vita grazie all’affetto paziente di un fratello che si fa ponte verso la rinascita e l’accettazione di un nuovo amore che si insinua in punta di piedi nel cuore di Rosaria e che con fare pulito la conduce ad una rinnovata primavera dei sensi.
Ma, ahimè, dove nonostante un personalissimo male al cuore, ho apprezzato ancora una volta l’asciuttezza di un paragrafo scritto senza l’ausilio di toni smorzati, senza alcun rallentamento del ritmo narrativo, nessuna descrizione pietistica o celate contorsioni sentimentalistiche. Solo uno sguardo turbato ma sempre limpido su un lutto di un amore che forse per dispetto al fatto di essere maturato troppo in fretta, di colpo ha cessato di esistere.
(Lucia Guglielmini)

Matteo Pugliares
MOZART ERA IL MIO PREFERITO
Presentazione di Stefania Ciacci
Edizioni Tabula fati
[ISBN-978-88-7475-189-1]
Pagg. 80 - € 6,00

pagina sul sito dell'editore

giovedì 15 aprile 2010

Recensione di Valentina Gaglione


Ho letto "Mozart era il mio preferito".
Una bocciolo di rosa, in cui petali sono ancora schiusi nella
prima parte, e che poi si aprono per spiegarsi nella seconda, che scava e scava giungendo al cuore. Offri così una lettura incalzante, uno scorrere fluido che prevale pur trattando argomentazioni di elevato coinvolgimento emotivo.
L'adolescenza, l'incomprensione, la società umana struprata dal consumo, l'incomunicabilità, l'anoresia, la religione, la musica, l'arte, la morte e nello stesso tempo il desiderio sconfinato di urlare che bisogna vivere, e che non sarebbe così difficile riuscirci se solo ascoltassimo di più
Eccelsa la cura che dedichi alla descrizione della musica, che sempre in meno ascoltano.... Mostra tutto
Mi piace come parli degli adolescenti, dei loro problemi, dell'incapacità adulta di venirgli incontro con gesti naturali e spontanei.
A tratti mi sono rivista in rosaria, ed è stato un ripercorrere ferite e resurezioni.
Sono certa che nel tuo libro ogni lettore può ritrovare una parte di sè, nel bene e nel male, che lo condurrà ad una riflessione.
E direi che è un ottimo risultato! :)
Valentina Gaglione

Matteo Pugliares
MOZART ERA IL MIO PREFERITO
Presentazione di Stefania Ciacci
Edizioni Tabula fati
[ISBN-978-88-7475-189-1]
Pagg. 80 - € 6,00

pagina sul sito dell'editore

sabato 14 marzo 2009

RECENSIONE di Antonella Santarelli a OLEANDRI IN FIORE

La bella riflessione indotta dai versi di Luigi (La mano) pone l’accento su molti aspetti della poesia, tutti interessanti per chi, come me, si diletta a leggere e, qualche volta, a scrivere. Alcuni amici, che sono stati presenti sul forum, hanno evidenziato i motivi per cui si cimentano a scrivere e a pubblicare poesie: ognuno ha la sua, più o meno esplicita, motivazione. Una costante, però, sembra esserci: la necessità di esplorare i propri pensieri esternandoli senza preoccuparsi di raggiungere, per forza, la comprensione degli altri. Ecco perché alcune poesie sono molto chiare e semplici, altre, magari dello stesso autore, diventano ermetiche e lasciano lo spazio a numerose letture.
Io credo che faccia bene il poeta a non lasciarsi condizionare dalla necessità di rendere consequenziali i passaggi: la poesia si nutre di slanci, riflessioni, aperture all’incomprensibile che dorme dentro, di attimi di aperta ribellione agli schemi che, all’improvviso, avvertiamo come restrittivi della nostra individualità e del nostro sentire. Scrivere poesie fa bene e, superato l’iniziale imbarazzo, sapere che verranno lette contribuisce a riappacificare il poeta con il mondo esteriore, spesso tenuto lontano perché invasivo o insopportabile; decidere di rendere pubbliche le proprie poesie è assumere il ruolo di colui che inizia la relazione, senza capire all’inizio a quali feedback andrà incontro. È un atto di grande coraggio. Mi è molto piaciuta, e perciò la segnalo, la raccolta di poesie “Oleandri in fiore” della poetessa Mirella Cellucci (Ed. Tabula Fati, 2008). Sessanta pagine di poesie brevi e semplici che narrano un mondo interiore ricco di ricordi, emozioni, pensieri nostalgici e di forti prese di posizione, intese quest’ultime come atti di dichiarata consapevolezza.

La coscienza che diventa verso:

“... Il mio cuore
è una fragile farfalla
basta un niente
per abbatterla
e si nasconde
perché teme di vedere
la verità”

Il dolore non respinto:

“Parlare al cuore
confessargli
verità dolorose
che la mente
rifiuta
perché più comodo...”

Il lirismo per niente artefatto che traspare nell’intera opera si arricchisce di grande e consapevole umanità nelle due ultime poesie: suggello della fine di una stagione della vita, l’ultima campanella schiude un mondo nuovo alla poetessa, pronta ad accogliere le nuove emozioni dei giorni futuri.

“Mi resteranno solo
le poesie
belle
come fiori di primavera...”

"... ne farò ghirlande
per adornare
il cuore
nelle lunghe sere
d'autunno".


http://forummediterraneoforpeace.it.forumfree.net/?t=37645974&view=getlastpost#lastpost

mercoledì 4 febbraio 2009

RECENSIONE di Renzo Montagnoli a LA BREZZA DEL TRAMONTO

Se la poesia è anche la rappresentazione di sensazioni rivenienti da un afflato con la natura, Viola Di Muzio ha saputo cogliere questo aspetto con il ricorso prevalente a immagini elegiache, per lo più in funzione di metafora, ma che donano ai suoi versi un’eleganza sobria e spontanea che lascia in chi legge una traccia di sereno appagamento.

Sono visioni aggraziate che richiamano alla memoria tempi andati, in cui l’uomo ancora riusciva a stupirsi di fronte alle bellezze del creato, accompagnando la sua emozione a una dolce malinconia, premessa indispensabile per pervenire a quella beatitudine dell’anima che è propria della serenità ( Nascerà un altro giorno / e dalle ceneri risorgeranno / nuovi sogni. / Sboccerà un’altra primavera / e nell’aria si respirerà / profumo di mimose / e di mandorli in fiore. /…).

Divisa in tre sezioni, l’opera affronta, come tematiche, l’assenza (E’ il calar della sera…/ Seduta sul pontile cerco te, / padre negato…/…), l’amore (Amo te / come il cielo ama la terra, / il bimbo il seno materno. /…) e l’assoluto ( Con la pelle baciata / dall’azzurro del cielo / come farfalla vola il mio pensiero / sui rigogliosi monti, / ove fra le rocce splendenti di ginestre / nacque una Stella. /…).

Vibranti, ma senza enfasi, sgorgano naturali i versi diffondendosi in punta di piedi, quasi timidi, ma gioiosamente liberi di mostrare un animo incline alla meraviglia per la natura, al ricordo commosso di cari scomparsi, a un amore che è sentimento allo stato puro, trasporto affettivo, desiderio di cuori.

Poesia che in apparenza può sembrare anche semplice con significati immediatamente comprensibili, ma che cela intenzioni più profonde da cogliersi con successive riletture, perché sotto il naturale velo di pudore battono concetti dell’esistenza che impreziosiscono ulteriormente l’opera.

Ne consiglio senz’altro la lettura.


http://www.arteinsieme.net/renzo/index.php?m=31&det=4610

venerdì 23 gennaio 2009

RECENSIONE di Renzo Montagnoli a OLEANDRI IN FIORE

Amo la poesia che esprime malinconicamente i ricordi di un passato e che emergono sfumati, prendono corpo in immagini che, pur essendo reali, sembrano costruite in una dimensione magica, che dona loro il sapore di un bene perduto, riflettendo tuttavia ancora nell’animo le sensazioni che lo stesso sprigionava.

Ecco perché questa breve silloge di Mirella Cellucci riesce a colpirmi fin dai primi versi della poesia che dà il titolo all’intera opera:

Restano
solo ricordi
degli oleandri in fiore

quando il verde del mare
tra le foglie
prometteva smeraldi

……………

C’è un profumo di vita che, benché trascorsa, riesce ancora a materializzarsi nell’animo della poetessa, perché è un patrimonio acquisito, è quella certezza che ci dona la consapevolezza di quanto il nostro passato sia importante per continuare a percorrere la strada dell’esistenza.

Resta, tuttavia, la dolorosa constatazione di come i nostri occhi e il nostro spirito, assuefatti con gli anni e al tempo stesso condizionati dalla temperanza senile, vedano il mondo con minor entusiasmo, come in Tramonto (…./ E’ cambiato / il colore dei tramonti / che accendeva / col rosso delle vampe / l’ansioso andare / della fantasia /…).

Il concetto viene ulteriormente ribadito con Anima mia (Spesso ripenso a te, / anima mia, / a com’eri / a come ti ha cambiato / il tempo /…).

E’ tutto un caleidoscopio di ricordi che riaffiora, mai triste, ma sempre malinconico, come di qualche cosa che si è avuto, si è perso e non si ritroverà più.

E la lirica conclusiva della silloge porta il suono dell’ultima campanella che sembra chiamare a raccolta tutti i ricordi per rinchiuderli nello scrigno del cuore.

Non chiedermi perché
ho chiuso
le cortine della finestra
e ho stretto forte
i pugni nel mio cuore

E’ suonata
l’ultima campanella
e le sue note
hanno l’eco
di una stagione
lunga e bella
che scompare

……………………

E’ una scrittura semplice e notevolmente efficace, è una lettura veramente piacevole e rasserenante.
Oleandri in fiore è quindi senz’altro raccomandabile.


http://www.arteinsieme.net/renzo/index.php?m=31&det=4524

mercoledì 1 ottobre 2008

RECENSIONE di Arduino Rossi a IL VOLO INVISIBILE DEGLI ANGELI

L'amore e la ricerca del perché di ciò che siamo e dove andiamo si esprime in una narrazione vera, anche carnale, quasi cruda, piena di esperienza personale di amore vissuto e intenso, di ricordi, con tante domande, tanti dubbi e un po' di dolore, di paura del divenire nella malattia, nella vecchiaia e nella morte.
Quindi sono fatti, sono avvenimenti al femminile, in un narrare da donna, prima ancora da ragazza in era di amore, perché solo essere amati e amare da un senso all'esistenza, che diverrebbe solo odio, violenza, ricerca di profitto.
Infatti l'autrice ringrazia alla fine del libro: "A tutti coloro che mi hanno amata. Grazie!"
L'amore quindi come incontro di corpo e anima, ma di conoscenza, scambio e dialogo tra generazioni.
Su tutto il libro pesa e si sviluppa il pensiero "filosofico" dell'autrice con i suoi perché e le sue quasi risposte.

Arduino Rossi

giovedì 31 luglio 2008

RECENSIONE di Claudia Marinelli a IL VOLO INVISIBILE DEGLI ANGELI

Non posso dire che questo libro mi sia piaciuto senza remore. Le tre storie sono introdotte da una riflessione “filosofica” non sempre utile, ma il loro impianto narrativo è ben fatto. Il terzo racconto mi ha colpito perché parla di amore e di comprensione tra due donne, amiche distanti in età ma vicine per intelligenza e sensibilità. Sembrerebbe quasi che l'autrice sia cresciuta insieme alle sue tre storie, intendo cresciuta dal punto di vista letterario, sia come stile che come contenuti. Forse le tre storie sono state scrite in epoche diverse e poi l'autrice ha deciso di riunirle in uno stesso volume.
Le prime due storie, la cui trama è discretamente coinvolgente, peccano secondo me di alcune superficialità letterarie e potrebbero forse essere riguardate. Sopratutto la seconda storia, che racconta di un incontro amoroso fortuito e imprevisto, il classico colpo di fulmine, a mio avviso dovrebbe essere rivista per alcuni "giri di frasi" un po' troppo semplicistici. L'incontro e la sua descrizione mi hanno ricordato un po' i romanzi rosa, anche se l'autrice vuole spostare tutto ad un livello molto più intellettuale, "mistico" di fatto i due finiscono a letto insieme e la cosa viene descritta forse molto meglio che in un tipico romanzo rosa, ma sempre in modo da catturare l'attenzione del lettore. (E' un po' un trucco letterario questo di usare il sesso per tenere il lettore agganciato e funziona certamente, ma in un libro che si vuol interrogare sul senso della vita, a me sembra un po' una scappatoia). Forse questa seconda storia cronologicamente è stata scritta per prima. E questa protagonista, l'io narrante che si interroga e cammina un po' senza meta, perché sconvolta dall'incontro, poi di fatto fa sesso così su due piedi con uno con il quale aveva a malapena parlato. Va bene che entrambi hanno sentito l'amore eterno, va bene che c'è stata questa presa di coscienza ma, in letteratura queste cose succedono soltanto nei romanzi rosa, anche Isabel Allende usa questo trucco ripetutamente, ad esempio in "D'amore e d'ombra" però non ha l'ambizione, di scrivere dei romanzi sul senso profondo della vita. Mi hanno un po' colpito in negativo queste espressioni a p. 50 "ero a venti metri dal luogo del reato" (ma di che reato si tratta?) e "... e invece mi prese un colpo." Non credo che sia felice per un romanzo di letteratura esprimersi con espressioni così colloquiali, a meno che tutto il romanzo sia proprio scritto con uno stile colloquiale per ragioni intrinseche al romanzo.
La prima storia è molto carina e come la protagoniusta risponda al ragazzino che l'ha seguita un'ottima trovata.
La terza storia è di buona qualità, si parla di amore e per fortuna non è un amore omosessuale (perché va così di moda!) e non è un amore tra uomo e donna, ma l'amore sincero e libero e responsabile dell'amicizia che supera le barriere della differenza di età, di cultura e di lingua. Quest'ultima storia sembra molto più matura delle altre due anche dal punto di vista dello stile che non ha mai "cali" come nella seconda storia.
Ora esprimo un parere del tutto personale sulle introduzioni "filosofiche" dell'autrice. Personalmente le trovo inutili in un lavoro di narrativa. Le idee e convinzioni in narrativa secondo me dovrebbero esprimersi attraverso i personaggi, l'ambientazione e la trama. Inoltre un lavoro di narrativa non deve necessariamente portare un messaggio mistico sul senso della vita. Certe volte l'autrice "pontifica" dall'alto della sua per così dire consapevolezza e parla in modo generico a tutti i lettori come se tutti i lettori dovessero mancare appunto d'introspezione o di riflessione. Come ad esempio a p. 35 dove ci dice che noi (ma chi?) non sappiamo che cosa sia un abbraccio, che tradiamo ogni giorno la vita ecc... Onestamente come fa l'autrice a sapere che cosa c'è nei lettori che la leggono per affermare che questi lettori vivono senza riflettere, che non sanno cosa fanno ecc... ?
Mi ha ricordato Bambarén, che onestamente trovo poco avvincente, e forse, sotto sotto, tinto di una sottile arroganza, i suoi libri sono poveri dal punto di vista letterario in italiano e in inglese (non è un problema di traduzione) . Adriana Nicoletti non è arrogante, lei pone delle domande, però cade alle volte anche qui nella trappola del "pontificare". Non era meglio inventarsi un personaggio che viveva così senza riflettere, senza la coscienza del proprio corpo, farlo muovere, agire, parlare, interagire con altri personaggi e magari poi per qualche ragione di trama cominciare a fargli prendere cocienza di sé?

Claudia Marinelli