Non posso dire che questo libro mi sia piaciuto senza remore. Le tre storie sono introdotte da una riflessione “filosofica” non sempre utile, ma il loro impianto narrativo è ben fatto. Il terzo racconto mi ha colpito perché parla di amore e di comprensione tra due donne, amiche distanti in età ma vicine per intelligenza e sensibilità. Sembrerebbe quasi che l'autrice sia cresciuta insieme alle sue tre storie, intendo cresciuta dal punto di vista letterario, sia come stile che come contenuti. Forse le tre storie sono state scrite in epoche diverse e poi l'autrice ha deciso di riunirle in uno stesso volume.
Le prime due storie, la cui trama è discretamente coinvolgente, peccano secondo me di alcune superficialità letterarie e potrebbero forse essere riguardate. Sopratutto la seconda storia, che racconta di un incontro amoroso fortuito e imprevisto, il classico colpo di fulmine, a mio avviso dovrebbe essere rivista per alcuni "giri di frasi" un po' troppo semplicistici. L'incontro e la sua descrizione mi hanno ricordato un po' i romanzi rosa, anche se l'autrice vuole spostare tutto ad un livello molto più intellettuale, "mistico" di fatto i due finiscono a letto insieme e la cosa viene descritta forse molto meglio che in un tipico romanzo rosa, ma sempre in modo da catturare l'attenzione del lettore. (E' un po' un trucco letterario questo di usare il sesso per tenere il lettore agganciato e funziona certamente, ma in un libro che si vuol interrogare sul senso della vita, a me sembra un po' una scappatoia). Forse questa seconda storia cronologicamente è stata scritta per prima. E questa protagonista, l'io narrante che si interroga e cammina un po' senza meta, perché sconvolta dall'incontro, poi di fatto fa sesso così su due piedi con uno con il quale aveva a malapena parlato. Va bene che entrambi hanno sentito l'amore eterno, va bene che c'è stata questa presa di coscienza ma, in letteratura queste cose succedono soltanto nei romanzi rosa, anche Isabel Allende usa questo trucco ripetutamente, ad esempio in "D'amore e d'ombra" però non ha l'ambizione, di scrivere dei romanzi sul senso profondo della vita. Mi hanno un po' colpito in negativo queste espressioni a p. 50 "ero a venti metri dal luogo del reato" (ma di che reato si tratta?) e "... e invece mi prese un colpo." Non credo che sia felice per un romanzo di letteratura esprimersi con espressioni così colloquiali, a meno che tutto il romanzo sia proprio scritto con uno stile colloquiale per ragioni intrinseche al romanzo.
La prima storia è molto carina e come la protagoniusta risponda al ragazzino che l'ha seguita un'ottima trovata.
La terza storia è di buona qualità, si parla di amore e per fortuna non è un amore omosessuale (perché va così di moda!) e non è un amore tra uomo e donna, ma l'amore sincero e libero e responsabile dell'amicizia che supera le barriere della differenza di età, di cultura e di lingua. Quest'ultima storia sembra molto più matura delle altre due anche dal punto di vista dello stile che non ha mai "cali" come nella seconda storia.
Ora esprimo un parere del tutto personale sulle introduzioni "filosofiche" dell'autrice. Personalmente le trovo inutili in un lavoro di narrativa. Le idee e convinzioni in narrativa secondo me dovrebbero esprimersi attraverso i personaggi, l'ambientazione e la trama. Inoltre un lavoro di narrativa non deve necessariamente portare un messaggio mistico sul senso della vita. Certe volte l'autrice "pontifica" dall'alto della sua per così dire consapevolezza e parla in modo generico a tutti i lettori come se tutti i lettori dovessero mancare appunto d'introspezione o di riflessione. Come ad esempio a p. 35 dove ci dice che noi (ma chi?) non sappiamo che cosa sia un abbraccio, che tradiamo ogni giorno la vita ecc... Onestamente come fa l'autrice a sapere che cosa c'è nei lettori che la leggono per affermare che questi lettori vivono senza riflettere, che non sanno cosa fanno ecc... ?
Mi ha ricordato Bambarén, che onestamente trovo poco avvincente, e forse, sotto sotto, tinto di una sottile arroganza, i suoi libri sono poveri dal punto di vista letterario in italiano e in inglese (non è un problema di traduzione) . Adriana Nicoletti non è arrogante, lei pone delle domande, però cade alle volte anche qui nella trappola del "pontificare". Non era meglio inventarsi un personaggio che viveva così senza riflettere, senza la coscienza del proprio corpo, farlo muovere, agire, parlare, interagire con altri personaggi e magari poi per qualche ragione di trama cominciare a fargli prendere cocienza di sé?
Claudia Marinelli
giovedì 31 luglio 2008
venerdì 14 settembre 2007
ASCOLTANDOMI: Presentazione di Fulvio Castellani
Vita e morte, amore e odio, finito ed infinito, esserci ed annullarsi, andare avanti ed a ritroso, ascoltare ed ascoltarsi..., sono questi, in massima parte, gli elementi fondanti della poesia di Ivan Burroni. Ma non solo, perché all’interno del quadro poetico, dalle tinte più o meno fosche, si nota un rincorrere angosciante, quella luce che appare e dispare, che tonifica l’animo e al tempo stesso lo distrae.
È evidente che Ivan Burroni guarda sì al dopo, ma lo fa dopo essersi tuffato nel presente, nell’averne succhiato la linfa, nell’essersi appropriato di ombre e di penombre, di giornate evanescenti e di movimenti circolari che non hanno portato esito alcuno, o frammentario, al suo tentativo di uscire dal tunnel del quotidiano.
Il suo non è un verso sonoro, musicale, ritmato; vi si riscontra egualmente un’armonia di fondo seppure marchiata di amaritudine, da quello spleen di ascendenza baudelairiana che non a caso fa da pendant ad ogni suo tentativo di volo.
È una poesia, pertanto, che va assaporata e gustata in completa libertà, senza cioè restringere la visuale sulla finitezza del discorso, bensì intersecando un discorso all’altro fino a costruire quel mosaico composito che va sotto il nome di Ascoltandomi, il titolo della silloge che Ivan Burroni ha inteso dare proprio per obbligare il lettore a seguire il suo andirivieni di emozioni con l’intenzione — nascosta fin che si vuole — di incanalarlo sulla sua direttrice emotiva.
Un tentativo, questo, che, a nostro avviso, è senz’altro riuscito e che, anzi, offre ulteriore spazio in direzione di un gioco lirico abbastanza insolito e proprio per questo motivo tutto da gustare.
Sarebbero sufficienti i titoli delle singole poesie per tracciare un volto di profonda malinconia, di rabbia a volte.
“Il divenire sfugge, / spaventa scalpitando”; “Cerco il fine originario, / non trovandolo mi arrendo: / provo a non sentire più nulla”: ecco alcuni versi che, congiunti ai singoli titoli delle poesie, attraversano lo spazio del finito e tracciano una scia di indubbia angoscia interiore.
A tratti, comunque, Ivan Burroni scalpita, solleva il capo, cerca di inseguire le stelle, di agguantare il sogno... e il verso, in questi casi, assume una veste più aerea, meno nullificata. Dal viluppo di elementi tra di loro contrastanti ed intersecanti (c’è sempre, in ogni caso, un più e un meno, un lato positivo ed uno negativo all’interno del tutto e del particolare poetico) prende corpo, e consistenza, una ragnatela di passaggi e di paesaggi fotografici di natura intima. In pratica, c’è un osservare attento e costante di sé e dell’altro, del concreto e dell’effimero, quasi un navigare a vista senza però tralasciare mai di osservare al di là del vuoto.
La morte, il suo volto, ha un ruolo non secondario nello svilupparsi del discorso di Ivan Burroni (“Morte, venefica maschera senza contorni”) e questo perché, vuole suggerirci, “anestetici, / parole, / sensazioni” non sono altro che “mille forme per eludere il tempo... / ma esso corrode / senza far rumore”...
Alla fine, comunque, non può fare a meno di dire: “La mia vita è densa di te amor mio, / illumini gli attimi ed i pensieri miei / e rischiari con la tua luce questi passi incerti”. E questo a voler chiudere un cerchio dì malinconia che la lontananza e la non presenza della persona amata riesce, purtroppo, a trasformare la luce in penombra e la penombra in buio.
Diceva Victor Hugo che “i poeti hanno dentro di sé un riflettore: l’osservazione; e un condensatore: la commozione”. Beh, Ivan Burroni ha dimostrato, in questa circostanza, di possedere entrambi e perciò di essere un poeta autentico.
Fulvio Castellani
È evidente che Ivan Burroni guarda sì al dopo, ma lo fa dopo essersi tuffato nel presente, nell’averne succhiato la linfa, nell’essersi appropriato di ombre e di penombre, di giornate evanescenti e di movimenti circolari che non hanno portato esito alcuno, o frammentario, al suo tentativo di uscire dal tunnel del quotidiano.
Il suo non è un verso sonoro, musicale, ritmato; vi si riscontra egualmente un’armonia di fondo seppure marchiata di amaritudine, da quello spleen di ascendenza baudelairiana che non a caso fa da pendant ad ogni suo tentativo di volo.
È una poesia, pertanto, che va assaporata e gustata in completa libertà, senza cioè restringere la visuale sulla finitezza del discorso, bensì intersecando un discorso all’altro fino a costruire quel mosaico composito che va sotto il nome di Ascoltandomi, il titolo della silloge che Ivan Burroni ha inteso dare proprio per obbligare il lettore a seguire il suo andirivieni di emozioni con l’intenzione — nascosta fin che si vuole — di incanalarlo sulla sua direttrice emotiva.
Un tentativo, questo, che, a nostro avviso, è senz’altro riuscito e che, anzi, offre ulteriore spazio in direzione di un gioco lirico abbastanza insolito e proprio per questo motivo tutto da gustare.
Sarebbero sufficienti i titoli delle singole poesie per tracciare un volto di profonda malinconia, di rabbia a volte.
“Il divenire sfugge, / spaventa scalpitando”; “Cerco il fine originario, / non trovandolo mi arrendo: / provo a non sentire più nulla”: ecco alcuni versi che, congiunti ai singoli titoli delle poesie, attraversano lo spazio del finito e tracciano una scia di indubbia angoscia interiore.
A tratti, comunque, Ivan Burroni scalpita, solleva il capo, cerca di inseguire le stelle, di agguantare il sogno... e il verso, in questi casi, assume una veste più aerea, meno nullificata. Dal viluppo di elementi tra di loro contrastanti ed intersecanti (c’è sempre, in ogni caso, un più e un meno, un lato positivo ed uno negativo all’interno del tutto e del particolare poetico) prende corpo, e consistenza, una ragnatela di passaggi e di paesaggi fotografici di natura intima. In pratica, c’è un osservare attento e costante di sé e dell’altro, del concreto e dell’effimero, quasi un navigare a vista senza però tralasciare mai di osservare al di là del vuoto.
La morte, il suo volto, ha un ruolo non secondario nello svilupparsi del discorso di Ivan Burroni (“Morte, venefica maschera senza contorni”) e questo perché, vuole suggerirci, “anestetici, / parole, / sensazioni” non sono altro che “mille forme per eludere il tempo... / ma esso corrode / senza far rumore”...
Alla fine, comunque, non può fare a meno di dire: “La mia vita è densa di te amor mio, / illumini gli attimi ed i pensieri miei / e rischiari con la tua luce questi passi incerti”. E questo a voler chiudere un cerchio dì malinconia che la lontananza e la non presenza della persona amata riesce, purtroppo, a trasformare la luce in penombra e la penombra in buio.
Diceva Victor Hugo che “i poeti hanno dentro di sé un riflettore: l’osservazione; e un condensatore: la commozione”. Beh, Ivan Burroni ha dimostrato, in questa circostanza, di possedere entrambi e perciò di essere un poeta autentico.
Fulvio Castellani
sabato 1 settembre 2007
Novità: ASCOLTANDOMI di Ivan Burroni
Vita e morte, amore e odio, finito ed infinito, esserci ed annullarsi, andare avanti ed a ritroso, ascoltare ed ascoltarsi..., sono questi, in massima parte, gli elementi fondanti della poesia di Ivan Burroni. Ma non solo, perché all’interno del quadro poetico, dalle tinte più o meno fosche, si nota un rincorrere angosciante, quella luce che appare e dispare, che tonifica l’animo e al tempo stesso lo distrae. È evidente che Ivan Burroni guarda sì al dopo, ma lo fa dopo essersi tuffato nel presente, nell’averne succhiato la linfa, nell’essersi appropriato di ombre e di penombre, di giornate evanescenti e di movimenti circolari che non hanno portato esito alcuno, o frammentario, al suo tentativo di uscire dal tunnel del quotidiano.
Ivan Burroni (1979) è nato e vive in provincia di Varese dove lavora nel campo dell’elettronica e, contemporaneamente, studia sociologia. Personalità profondamente eclettica i cui molteplici interessi lo conducono verso le attività più diverse.
Ivan Burroni
ASCOLTANDOMI
Presentazione di Fulvio Castellani
Edizioni Tabula fati
[ISBN-978-88-7475-137-2]
Pagg. 96 - € 6,00
http://www.edizionitabulafati.it/ascoltandomi.htm
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