giovedì 15 aprile 2010

Recensione di Valentina Gaglione


Ho letto "Mozart era il mio preferito".
Una bocciolo di rosa, in cui petali sono ancora schiusi nella
prima parte, e che poi si aprono per spiegarsi nella seconda, che scava e scava giungendo al cuore. Offri così una lettura incalzante, uno scorrere fluido che prevale pur trattando argomentazioni di elevato coinvolgimento emotivo.
L'adolescenza, l'incomprensione, la società umana struprata dal consumo, l'incomunicabilità, l'anoresia, la religione, la musica, l'arte, la morte e nello stesso tempo il desiderio sconfinato di urlare che bisogna vivere, e che non sarebbe così difficile riuscirci se solo ascoltassimo di più
Eccelsa la cura che dedichi alla descrizione della musica, che sempre in meno ascoltano.... Mostra tutto
Mi piace come parli degli adolescenti, dei loro problemi, dell'incapacità adulta di venirgli incontro con gesti naturali e spontanei.
A tratti mi sono rivista in rosaria, ed è stato un ripercorrere ferite e resurezioni.
Sono certa che nel tuo libro ogni lettore può ritrovare una parte di sè, nel bene e nel male, che lo condurrà ad una riflessione.
E direi che è un ottimo risultato! :)
Valentina Gaglione

Matteo Pugliares
MOZART ERA IL MIO PREFERITO
Presentazione di Stefania Ciacci
Edizioni Tabula fati
[ISBN-978-88-7475-189-1]
Pagg. 80 - € 6,00

pagina sul sito dell'editore

sabato 14 marzo 2009

RECENSIONE di Antonella Santarelli a OLEANDRI IN FIORE

La bella riflessione indotta dai versi di Luigi (La mano) pone l’accento su molti aspetti della poesia, tutti interessanti per chi, come me, si diletta a leggere e, qualche volta, a scrivere. Alcuni amici, che sono stati presenti sul forum, hanno evidenziato i motivi per cui si cimentano a scrivere e a pubblicare poesie: ognuno ha la sua, più o meno esplicita, motivazione. Una costante, però, sembra esserci: la necessità di esplorare i propri pensieri esternandoli senza preoccuparsi di raggiungere, per forza, la comprensione degli altri. Ecco perché alcune poesie sono molto chiare e semplici, altre, magari dello stesso autore, diventano ermetiche e lasciano lo spazio a numerose letture.
Io credo che faccia bene il poeta a non lasciarsi condizionare dalla necessità di rendere consequenziali i passaggi: la poesia si nutre di slanci, riflessioni, aperture all’incomprensibile che dorme dentro, di attimi di aperta ribellione agli schemi che, all’improvviso, avvertiamo come restrittivi della nostra individualità e del nostro sentire. Scrivere poesie fa bene e, superato l’iniziale imbarazzo, sapere che verranno lette contribuisce a riappacificare il poeta con il mondo esteriore, spesso tenuto lontano perché invasivo o insopportabile; decidere di rendere pubbliche le proprie poesie è assumere il ruolo di colui che inizia la relazione, senza capire all’inizio a quali feedback andrà incontro. È un atto di grande coraggio. Mi è molto piaciuta, e perciò la segnalo, la raccolta di poesie “Oleandri in fiore” della poetessa Mirella Cellucci (Ed. Tabula Fati, 2008). Sessanta pagine di poesie brevi e semplici che narrano un mondo interiore ricco di ricordi, emozioni, pensieri nostalgici e di forti prese di posizione, intese quest’ultime come atti di dichiarata consapevolezza.

La coscienza che diventa verso:

“... Il mio cuore
è una fragile farfalla
basta un niente
per abbatterla
e si nasconde
perché teme di vedere
la verità”

Il dolore non respinto:

“Parlare al cuore
confessargli
verità dolorose
che la mente
rifiuta
perché più comodo...”

Il lirismo per niente artefatto che traspare nell’intera opera si arricchisce di grande e consapevole umanità nelle due ultime poesie: suggello della fine di una stagione della vita, l’ultima campanella schiude un mondo nuovo alla poetessa, pronta ad accogliere le nuove emozioni dei giorni futuri.

“Mi resteranno solo
le poesie
belle
come fiori di primavera...”

"... ne farò ghirlande
per adornare
il cuore
nelle lunghe sere
d'autunno".


http://forummediterraneoforpeace.it.forumfree.net/?t=37645974&view=getlastpost#lastpost

mercoledì 4 febbraio 2009

RECENSIONE di Renzo Montagnoli a LA BREZZA DEL TRAMONTO

Se la poesia è anche la rappresentazione di sensazioni rivenienti da un afflato con la natura, Viola Di Muzio ha saputo cogliere questo aspetto con il ricorso prevalente a immagini elegiache, per lo più in funzione di metafora, ma che donano ai suoi versi un’eleganza sobria e spontanea che lascia in chi legge una traccia di sereno appagamento.

Sono visioni aggraziate che richiamano alla memoria tempi andati, in cui l’uomo ancora riusciva a stupirsi di fronte alle bellezze del creato, accompagnando la sua emozione a una dolce malinconia, premessa indispensabile per pervenire a quella beatitudine dell’anima che è propria della serenità ( Nascerà un altro giorno / e dalle ceneri risorgeranno / nuovi sogni. / Sboccerà un’altra primavera / e nell’aria si respirerà / profumo di mimose / e di mandorli in fiore. /…).

Divisa in tre sezioni, l’opera affronta, come tematiche, l’assenza (E’ il calar della sera…/ Seduta sul pontile cerco te, / padre negato…/…), l’amore (Amo te / come il cielo ama la terra, / il bimbo il seno materno. /…) e l’assoluto ( Con la pelle baciata / dall’azzurro del cielo / come farfalla vola il mio pensiero / sui rigogliosi monti, / ove fra le rocce splendenti di ginestre / nacque una Stella. /…).

Vibranti, ma senza enfasi, sgorgano naturali i versi diffondendosi in punta di piedi, quasi timidi, ma gioiosamente liberi di mostrare un animo incline alla meraviglia per la natura, al ricordo commosso di cari scomparsi, a un amore che è sentimento allo stato puro, trasporto affettivo, desiderio di cuori.

Poesia che in apparenza può sembrare anche semplice con significati immediatamente comprensibili, ma che cela intenzioni più profonde da cogliersi con successive riletture, perché sotto il naturale velo di pudore battono concetti dell’esistenza che impreziosiscono ulteriormente l’opera.

Ne consiglio senz’altro la lettura.


http://www.arteinsieme.net/renzo/index.php?m=31&det=4610

venerdì 23 gennaio 2009

RECENSIONE di Renzo Montagnoli a OLEANDRI IN FIORE

Amo la poesia che esprime malinconicamente i ricordi di un passato e che emergono sfumati, prendono corpo in immagini che, pur essendo reali, sembrano costruite in una dimensione magica, che dona loro il sapore di un bene perduto, riflettendo tuttavia ancora nell’animo le sensazioni che lo stesso sprigionava.

Ecco perché questa breve silloge di Mirella Cellucci riesce a colpirmi fin dai primi versi della poesia che dà il titolo all’intera opera:

Restano
solo ricordi
degli oleandri in fiore

quando il verde del mare
tra le foglie
prometteva smeraldi

……………

C’è un profumo di vita che, benché trascorsa, riesce ancora a materializzarsi nell’animo della poetessa, perché è un patrimonio acquisito, è quella certezza che ci dona la consapevolezza di quanto il nostro passato sia importante per continuare a percorrere la strada dell’esistenza.

Resta, tuttavia, la dolorosa constatazione di come i nostri occhi e il nostro spirito, assuefatti con gli anni e al tempo stesso condizionati dalla temperanza senile, vedano il mondo con minor entusiasmo, come in Tramonto (…./ E’ cambiato / il colore dei tramonti / che accendeva / col rosso delle vampe / l’ansioso andare / della fantasia /…).

Il concetto viene ulteriormente ribadito con Anima mia (Spesso ripenso a te, / anima mia, / a com’eri / a come ti ha cambiato / il tempo /…).

E’ tutto un caleidoscopio di ricordi che riaffiora, mai triste, ma sempre malinconico, come di qualche cosa che si è avuto, si è perso e non si ritroverà più.

E la lirica conclusiva della silloge porta il suono dell’ultima campanella che sembra chiamare a raccolta tutti i ricordi per rinchiuderli nello scrigno del cuore.

Non chiedermi perché
ho chiuso
le cortine della finestra
e ho stretto forte
i pugni nel mio cuore

E’ suonata
l’ultima campanella
e le sue note
hanno l’eco
di una stagione
lunga e bella
che scompare

……………………

E’ una scrittura semplice e notevolmente efficace, è una lettura veramente piacevole e rasserenante.
Oleandri in fiore è quindi senz’altro raccomandabile.


http://www.arteinsieme.net/renzo/index.php?m=31&det=4524

mercoledì 1 ottobre 2008

RECENSIONE di Arduino Rossi a IL VOLO INVISIBILE DEGLI ANGELI

L'amore e la ricerca del perché di ciò che siamo e dove andiamo si esprime in una narrazione vera, anche carnale, quasi cruda, piena di esperienza personale di amore vissuto e intenso, di ricordi, con tante domande, tanti dubbi e un po' di dolore, di paura del divenire nella malattia, nella vecchiaia e nella morte.
Quindi sono fatti, sono avvenimenti al femminile, in un narrare da donna, prima ancora da ragazza in era di amore, perché solo essere amati e amare da un senso all'esistenza, che diverrebbe solo odio, violenza, ricerca di profitto.
Infatti l'autrice ringrazia alla fine del libro: "A tutti coloro che mi hanno amata. Grazie!"
L'amore quindi come incontro di corpo e anima, ma di conoscenza, scambio e dialogo tra generazioni.
Su tutto il libro pesa e si sviluppa il pensiero "filosofico" dell'autrice con i suoi perché e le sue quasi risposte.

Arduino Rossi

giovedì 31 luglio 2008

RECENSIONE di Claudia Marinelli a IL VOLO INVISIBILE DEGLI ANGELI

Non posso dire che questo libro mi sia piaciuto senza remore. Le tre storie sono introdotte da una riflessione “filosofica” non sempre utile, ma il loro impianto narrativo è ben fatto. Il terzo racconto mi ha colpito perché parla di amore e di comprensione tra due donne, amiche distanti in età ma vicine per intelligenza e sensibilità. Sembrerebbe quasi che l'autrice sia cresciuta insieme alle sue tre storie, intendo cresciuta dal punto di vista letterario, sia come stile che come contenuti. Forse le tre storie sono state scrite in epoche diverse e poi l'autrice ha deciso di riunirle in uno stesso volume.
Le prime due storie, la cui trama è discretamente coinvolgente, peccano secondo me di alcune superficialità letterarie e potrebbero forse essere riguardate. Sopratutto la seconda storia, che racconta di un incontro amoroso fortuito e imprevisto, il classico colpo di fulmine, a mio avviso dovrebbe essere rivista per alcuni "giri di frasi" un po' troppo semplicistici. L'incontro e la sua descrizione mi hanno ricordato un po' i romanzi rosa, anche se l'autrice vuole spostare tutto ad un livello molto più intellettuale, "mistico" di fatto i due finiscono a letto insieme e la cosa viene descritta forse molto meglio che in un tipico romanzo rosa, ma sempre in modo da catturare l'attenzione del lettore. (E' un po' un trucco letterario questo di usare il sesso per tenere il lettore agganciato e funziona certamente, ma in un libro che si vuol interrogare sul senso della vita, a me sembra un po' una scappatoia). Forse questa seconda storia cronologicamente è stata scritta per prima. E questa protagonista, l'io narrante che si interroga e cammina un po' senza meta, perché sconvolta dall'incontro, poi di fatto fa sesso così su due piedi con uno con il quale aveva a malapena parlato. Va bene che entrambi hanno sentito l'amore eterno, va bene che c'è stata questa presa di coscienza ma, in letteratura queste cose succedono soltanto nei romanzi rosa, anche Isabel Allende usa questo trucco ripetutamente, ad esempio in "D'amore e d'ombra" però non ha l'ambizione, di scrivere dei romanzi sul senso profondo della vita. Mi hanno un po' colpito in negativo queste espressioni a p. 50 "ero a venti metri dal luogo del reato" (ma di che reato si tratta?) e "... e invece mi prese un colpo." Non credo che sia felice per un romanzo di letteratura esprimersi con espressioni così colloquiali, a meno che tutto il romanzo sia proprio scritto con uno stile colloquiale per ragioni intrinseche al romanzo.
La prima storia è molto carina e come la protagoniusta risponda al ragazzino che l'ha seguita un'ottima trovata.
La terza storia è di buona qualità, si parla di amore e per fortuna non è un amore omosessuale (perché va così di moda!) e non è un amore tra uomo e donna, ma l'amore sincero e libero e responsabile dell'amicizia che supera le barriere della differenza di età, di cultura e di lingua. Quest'ultima storia sembra molto più matura delle altre due anche dal punto di vista dello stile che non ha mai "cali" come nella seconda storia.
Ora esprimo un parere del tutto personale sulle introduzioni "filosofiche" dell'autrice. Personalmente le trovo inutili in un lavoro di narrativa. Le idee e convinzioni in narrativa secondo me dovrebbero esprimersi attraverso i personaggi, l'ambientazione e la trama. Inoltre un lavoro di narrativa non deve necessariamente portare un messaggio mistico sul senso della vita. Certe volte l'autrice "pontifica" dall'alto della sua per così dire consapevolezza e parla in modo generico a tutti i lettori come se tutti i lettori dovessero mancare appunto d'introspezione o di riflessione. Come ad esempio a p. 35 dove ci dice che noi (ma chi?) non sappiamo che cosa sia un abbraccio, che tradiamo ogni giorno la vita ecc... Onestamente come fa l'autrice a sapere che cosa c'è nei lettori che la leggono per affermare che questi lettori vivono senza riflettere, che non sanno cosa fanno ecc... ?
Mi ha ricordato Bambarén, che onestamente trovo poco avvincente, e forse, sotto sotto, tinto di una sottile arroganza, i suoi libri sono poveri dal punto di vista letterario in italiano e in inglese (non è un problema di traduzione) . Adriana Nicoletti non è arrogante, lei pone delle domande, però cade alle volte anche qui nella trappola del "pontificare". Non era meglio inventarsi un personaggio che viveva così senza riflettere, senza la coscienza del proprio corpo, farlo muovere, agire, parlare, interagire con altri personaggi e magari poi per qualche ragione di trama cominciare a fargli prendere cocienza di sé?

Claudia Marinelli

venerdì 14 settembre 2007

ASCOLTANDOMI: Presentazione di Fulvio Castellani

Vita e morte, amore e odio, finito ed infinito, esserci ed annullarsi, andare avanti ed a ritroso, ascoltare ed ascoltarsi..., sono questi, in massima parte, gli elementi fondanti della poesia di Ivan Burroni. Ma non solo, perché all’interno del quadro poetico, dalle tinte più o meno fosche, si nota un rincorrere angosciante, quella luce che appare e dispare, che tonifica l’animo e al tempo stesso lo distrae.
È evidente che Ivan Burroni guarda sì al dopo, ma lo fa dopo essersi tuffato nel presente, nell’averne succhiato la linfa, nell’essersi appropriato di ombre e di penombre, di giornate evanescenti e di movimenti circolari che non hanno portato esito alcuno, o frammentario, al suo tentativo di uscire dal tunnel del quotidiano.
Il suo non è un verso sonoro, musicale, ritmato; vi si riscontra egualmente un’armonia di fondo seppure marchiata di amaritudine, da quello spleen di ascendenza baudelairiana che non a caso fa da pendant ad ogni suo tentativo di volo.
È una poesia, pertanto, che va assaporata e gustata in completa libertà, senza cioè restringere la visuale sulla finitezza del discorso, bensì intersecando un discorso all’altro fino a costruire quel mosaico composito che va sotto il nome di Ascoltandomi, il titolo della silloge che Ivan Burroni ha inteso dare proprio per obbligare il lettore a seguire il suo andirivieni di emozioni con l’intenzione — nascosta fin che si vuole — di incanalarlo sulla sua direttrice emotiva.
Un tentativo, questo, che, a nostro avviso, è senz’altro riuscito e che, anzi, offre ulteriore spazio in direzione di un gioco lirico abbastanza insolito e proprio per questo motivo tutto da gustare.
Sarebbero sufficienti i titoli delle singole poesie per tracciare un volto di profonda malinconia, di rabbia a volte.
“Il divenire sfugge, / spaventa scalpitando”; “Cerco il fine originario, / non trovandolo mi arrendo: / provo a non sentire più nulla”: ecco alcuni versi che, congiunti ai singoli titoli delle poesie, attraversano lo spazio del finito e tracciano una scia di indubbia angoscia interiore.
A tratti, comunque, Ivan Burroni scalpita, solleva il capo, cerca di inseguire le stelle, di agguantare il sogno... e il verso, in questi casi, assume una veste più aerea, meno nullificata. Dal viluppo di elementi tra di loro contrastanti ed intersecanti (c’è sempre, in ogni caso, un più e un meno, un lato positivo ed uno negativo all’interno del tutto e del particolare poetico) prende corpo, e consistenza, una ragnatela di passaggi e di paesaggi fotografici di natura intima. In pratica, c’è un osservare attento e costante di sé e dell’altro, del concreto e dell’effimero, quasi un navigare a vista senza però tralasciare mai di osservare al di là del vuoto.
La morte, il suo volto, ha un ruolo non secondario nello svilupparsi del discorso di Ivan Burroni (“Morte, venefica maschera senza contorni”) e questo perché, vuole suggerirci, “anestetici, / parole, / sensazioni” non sono altro che “mille forme per eludere il tempo... / ma esso corrode / senza far rumore”...
Alla fine, comunque, non può fare a meno di dire: “La mia vita è densa di te amor mio, / illumini gli attimi ed i pensieri miei / e rischiari con la tua luce questi passi incerti”. E questo a voler chiudere un cerchio dì malinconia che la lontananza e la non presenza della persona amata riesce, purtroppo, a trasformare la luce in penombra e la penombra in buio.
Diceva Victor Hugo che “i poeti hanno dentro di sé un riflettore: l’osservazione; e un condensatore: la commozione”. Beh, Ivan Burroni ha dimostrato, in questa circostanza, di possedere entrambi e perciò di essere un poeta autentico.

Fulvio Castellani